Film d’artista. Percorsi e confronti tra arte e cinema.
di Maria Rosa Sossai

biblioteca d’arte contemporanea, ed. Silvana Editoriale

Conversazione con Carola Spadoni

Maria Rosa Sossai
Come è nato il soggetto del tuo film Giravolte?
Carola Spadoni
Da spunti autobiografici, persone con cui sono cresciuta, per lo più al di fuori dei canoni di una vita ordinaria, una volta si definiva anche vita borghese, e luoghi che ho sempre frequentato, bar notturni, mercati delle pulci, posti in quartieri decentrati o cosiddetti ghetti, come ne esistono a New York. Poi l’idea del viaggio, anche intorno a un isolato. Fondamentale l’amicizia con Victor Cavallo, un amico che faceva parte della famiglia allargata ed era spesso una persona presso la quale mi andavo a rifugiare, con cui chiacchierare anche di massimi sistemi, dotato di una lucida brutale ironia che non si trova spesso in giro. Altri appunti da cui ha origine Giravolte, sono stati gli incontri con l’arte del XX secolo, Duchamp, le chance operations di John Cage e Merce Cunningham, l’idea del cut-up, da Burroughs a Godard, al DIY punk e la Land Art anni 60 e 70. La voglia di girare un film oltre il modello di narrativa cinematografica classica, tre atti con introduzione nei primi dieci minuti, svolta della trama nel mezzo e finale condensato negli ultimi cinque. Giravolte è un film caotico che gioca sulla percezione del proprio caos, fatto di personaggi, persone, incontri, dialoghi oltre il limite della routine quotidiana massificante. Dopodiché confrontarsi con i generi e quindi con strutture narrative tradizionali, è per me necessario per sviluppare i campi d’indagine sulla percezione cinematografica. Che siano film, documentari, installazioni o music video.
MRS
Qual è il tuo registadi riferimento,se esiste?
CS
Ne ho svariati, più che registi, film, di Altman, Coppola, Leone, Godard, Mekas, Diop Mambety, Welles, Harry Smith, i fratelli Marx e Rossellini.
MRS
Quali sono le differenze che cogli tra video e film, sia per quel che guarda il supporto, che per l’estetica, come qualità dell’immagine?
CS
Il supporto digitale facilita i progetti, è meno costoso della pellicola, permette una troupe più piccola ed è sicuramente consigliabile per lavori dove si vuole nascondere la videocamera o in situazioni di estrema intimità.
Le differenze sono ancora molte, per usare al meglio il digitale in un interno, per esempio, c’è bisogno di illuminare la scena, soprattutto se si vuole leggere nelle ombre, lavorare sui neri. Da questo punto di vista la pellicola reagisce meglio e soprattutto ha una densità maggiore e una latitudine più larga del digitale. Avendo imparato a fare cinema in pellicola, sono ancora dell'idea che è nel girato, quindi nell’illuminazione e nell'esposizione, che si lavora. Non tanto di correggerla in post produzione. Per esempio se cerco una dominanza di verde, uso luci che abbiano questo colore come componente, non penso di virare in post, a meno che non mi interessi l’effetto digitale del verde. Un discorso estetico è ancora poco individuabile, il supporto digitale ha familiarizzato sicuramente gli spettatori con i tipici effetti da videocamera, con i film dogma 95 gli effetti si sono poi ipercodificati quasi in un genere. Riprese instabili al limite del mal di mare si vedono in molti film anche mainstream o anche le scie effettuate con la bassa velocita’ dell’otturatore sono effetti molto usati. Con youtube e myspace l’estetica/tecnica del digitale fatto a casa o low budget ha aperto una diffusione parallela planetaria impensabile fino a qualche anno fa.
MRS
Pensi che si stia assitendo alla nascita di una nuova generazione di immagini, grazie al digitale e al fatto che la stessa opera passi da un supporto all’altro e che possa essere proiettata, installata, ecc? Si va verso uno sviluppo delle potenzialità plastiche del cinema o verso un potenziamento dell’aspetto visivo dell’opera d’arte?
CS
Da qualche anno c’è un’influenza reciproca tra i modi di trattare le immagini in movimento nel cinema e nell’arte. La multiproiezione per esempio permette un nuovo tipo di azione attraverso l’allargamento percettivo della messa in scena con molteplici punti di vista, azioni simultanee, dislocamenti temporali visibili nello stesso istante. Una differenza importante tra cinema e l’installazione film o video è la fruizione del pubblico. La multiproiezione in un museo o galleria è anche un esperienza fisica e quindi la percezione stessa del lavoro è completato dal movimento dello spettatore. Al cinema la relazione proiezione spettatore è emozionale e intellettuale ma non fisica e comunque le sensazioni vengono spesso espletate con il film.
In questo senso la scelta di girare Giravolte in Super 35mm, spesso inquadrando dettagli, e proiettare in cinemascope è stata data dal voler enfatizzare la fisicità dei personaggi, come a voler far sentire gli odori, la puzza di sudore di alcune scene…una spettatrice dopo una proiezione mi ha detto di aver trovato il film violento nella fisicità, in particolare alcune scene erano un’aggressione eccessiva per la sua sensibilita’, per me è stato un grande complimento visto che non c’è tipica violenza cinematografica nel film.
Al di là dei mezzi usati, digitale o pellicola, film o multiproiezione, la cosa fondamentale è la soggettivita’ della filmmaker e/o artista, la capacita’ di comunicare emozioni, visioni personali, innovativi formati che aprano e rendano partecipe la percezione dello spettatore, oltre il melmoso panottico mediatico che ci insegue e osserva tutti i giorni.
MRS
Come gestisci il lavoro nell’arte e nel cinema? C’è una linea di confine dove comincia l’una e finisce l’altra?
CS
Per me non c’è una diversità nel pensare, lavorare su un progetto e capire come realizzarlo, non mi chiedo questo se lo faccio per il cinema o per l’arte contemporanea. A meno che non sia un lavoro su commissione specifico o che nasca come installazione.
La differenza è piuttosto nel modo produttivo e di diffusione. Nel cinema l’iter per mettere su un film ha dei percorsi ben precisi, i costi generalmente sono più alti, anche se dipende dal tipo di progetto, e il tasso di sperimentazione, soprattutto in Italia, molto basso. Rispetto alla diffusione, in arte contemporanea c’è da considerare l’ ulteriore elemento dello spazio installativo e poi la durata della diffusione può essere molto lunga. Penso ai tre mesi d’esposizione alla Biennale d’Arte di Venezia o al fatto di avere un’opera permanente in un museo. Per quanto riguarda la distribuzione nel cinema, quando l’iter è ben curato e funziona, è più capillare mentre nell’arte è appannaggio di collezionisti e musei. Anche se negli ultimi anni sono attive distribuzioni che si occupano di film e video d’artista e art films di cineasti.
MRS
La definizione che più usi è quella di filmmaker, perché?
CS
Sono affezionata a questo termine perché è quello con cui sono cresciuta professionalmente a New York. Nella comunità del cinema indipendente americano (almeno negli anni 90) eravamo tutti filmmakers. Dal fonico all’attrezzista all’assistente operatore al regista, lo sforzo e il coinvolgimento era tale che si forgiava e si sfornava il film, tutti con lo stesso impegno e senso di responsabilità. I problemi produttivi del basso budget venivano spesso risolti con il fondamentale aiuto della troupe, non necessariamente decurtandosi lo stipendio. Poi c’è –maker, quindi l’approccio artigianale diretto con la materia che gestisco. Sono affezionata a questo approccio che mi permette di sperimentare e fare ricerca. Mi aggiorno sempre sulle nuove tecnologie di ripresa, montaggio, suono, post produzione, per saper usare e manipolare i mezzi. Infine c’è il filmmaker come impresario di se stesso e della sua idea di cinema, anche questo retaggio della formazione newyorkese. Ultimo esempio pratico è una rassegna curata per Massenzio nel 2006 a cui ho affiancato un incontro sulla diffusione a Roma di film e video d’artista e cinema indipendente, si sono ritrovati per la prima volta a dibattere  direttori di musei e promotori di centri sociali, curatori d’arte e programmatori di festival indipendenti. Quindi per me è importante diffondere i miei lavori ma anche quelli di altri e creare i presupposti perché la diffusione si evolva e le risorse siano diversificate, accessibili e affrancate dalla cappa del lobbismo politico. 

Roma 2004-2007







 
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